Tutto è iniziato a settembre 2022, quando mi sono messa in testa di percorrere la Via degli Dei, il famosissimo itinerario da Bologna a Firenze.
Ricordo ancora, come fosse ieri, l’adrenalina della sveglia prestissimo, il bus che mi ha portata a Bologna, l’emozione di muovere i primi passi per raggiungere il primo traguardo: San Luca.
E proprio sotto i bellissimi portici che portano alla cima, ho avuto la prima illuminazione: ma chi me l’ha fatto fare?!
Uno zaino da 10 kg sulle spalle (a mia parziale discolpa: c’erano almeno 2 litri d’acqua!), un caldo torrido per essere ottobre, un fiume di gente intorno perché era domenica mattina, e la certezza che non ne sarei uscita viva!
Insomma, diciamo che non ero partita proprio alla grande…
Fortunatamente, dopo, le cose sono migliorate: la città ha lasciato il posto ai piccoli centri, le strade asfaltate ai viottoli, il bosco ha sostituito le case…
Ecco, finalmente, quello che stavo cercando.
Peccato, però, che il mio fisico non la pensasse esattamente allo stesso modo.
Già al termine della prima tappa avevo dolori lancinanti a ogni muscolo del corpo; la seconda tappa poi, con l’ascesa al Monte Adone (non me ne voglia: bellissimo, ma è ancora uno dei miei peggiori incubi!), è stata un lento ma continuo tormento, e la mia convinzione di non uscirne viva si faceva sempre più concreta.
Così, a pochi chilometri dalla fine della seconda tappa, è arrivata la seconda illuminazione:
“Dove non arrivano le gambe, arriva il cuore.”
…Niente di più falso!!
Non c’era in me più neanche un briciolo di energia, né fisica né — tantomeno — mentale. Anzi, probabilmente la testa aveva dato forfait ancora prima delle gambe.
Non ero decisamente pronta per quello che stavo facendo.
Fortunatamente, avevo coinvolto un amico in quest’avventura: il suo sostegno e le sue parole sono stati fondamentali.
Dove non ero arrivata io, arrivava lui.
Non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi dato la forza e il coraggio di non mollare.
Come non ringrazierò mai abbastanza l’anima buona che — dietro lauto compenso (ma fidatevi: i soldi meglio spesi della mia vita!) — ci ha accompagnati in macchina per gli ultimi 3 chilometri.
Da quel momento è cambiato tutto.
Cioè, i dolori c’erano ancora, anche se meno forti… ma stava nascendo dentro di me una nuova consapevolezza.
La terza tappa è stata molto più docile quanto a dislivelli, e soprattutto è stata quasi interamente nel bosco.
Il profumo, il silenzio, i colori… niente che si possa esprimere a parole.
Da lì in poi, arrivare a Firenze è stata una lunga e bellissima passeggiata. Certo, impervia e ripida in alcuni tratti, ma il mio sguardo era cambiato.
Il bosco sarebbe diventato la mia seconda casa, quei panorami infiniti un invito ad andare sempre avanti: ce la potevo fare!
Le lacrime e gli abbracci, quando siamo arrivati a Fiesole, hanno sciolto gli ultimi nodi.
Questo era davvero quello che stavo cercando.
Tornata a casa, ho avuto bisogno di qualche giorno per metabolizzare tutto.
In 10 chili di zaino non c’era certo posto per un quaderno e una penna, e il telefono lo usavo pochissimo: solo per controllare le tracce GPX e fare qualche foto.
Ma quello che davvero contava ricordare era tutto dentro di me: un puzzle in cui ogni tessera rappresentava un’emozione vissuta, o la mia reazione ad essa.
Mettere tutto nero su bianco è stato il completamento di quel puzzle.
Da qui è nata l’idea di questo progetto.
Perché, come mi ha detto quella persona importante che mi è stata accanto:
“Il vero cammino è quello che facciamo dentro di noi.”